Quando da bambini fuggivamo annodando le lenzuola

image

di Mimmo Gangemi

Ottobre del ‘61. Ero in prima media, in un collegio a Pesaro. dato che in paese le scuole non andavano oltre la quinta elementare. Tentai, assieme a Ettore, la fuga una settimana dopo ch’eravamo arrivati.
Annodammo le quattro lenzuola dei nostri due letti e ci calammo dal secondo piano, di notte. Ettore era a metà discesa quando si sciolse la legatura. E cadde scomposto – mi ricordò un tordo interrotto nel volo dal piombo d’una fucilata. Batté il posteriore tra lo spigolo del marciapiedi e la sabbia della spiaggia. Attaccò a urlare dolore a tutta gorgia. Io ripiegai quatto quatto nella camerata.
Al mattino, fummo i primi collaboratori di giustizia del dopoguerra: Ettore, già prigioniero, accusò me dell’idea e dell’istigazione, io accusai Ettore. Il castigo toccò a entrambi.
La vergogna a indurci a scappare. Perché i calabresi non riuscivamo ad esprimerci in un italiano comprensibile, e ci pareva ci ridessero dietro – ci pareva, che, a esserne certi, non ce la saremmo tenuta, la vita in Aspromonte ci aveva insegnato a non lasciare impuniti gli sfottò.
Non masticavamo la lingua nonostante le nostre mamme («menate, professore») incitassero di continuo il maestro. E nonostante il maestro di turno prendesse le parole alla lettera, svariando tra le nerbate di una verga d’ulivo, spellata, che ci abbatteva sibilante sulle spalle, tra la bacchetta rigida con cui ci fustigava le mani – i palmi per le colpe meno gravi, i dorsi per i reati da riformatorio – e tra il sollevarci da terra per le orecchie e scrollarci per aria fino a sanguinarci l’attaccatura dei lobi. Siccome non ne masticavamo, siccome avevamo coscienza ch’era complicato recuperare, siccome non ci andavano giù i risolini più o meno nascosti, l’unica soluzione ci era parso evadere. Quasi cinquantaquattro anni da allora. A me i capelli bianchi e gli occhi che non cedono di tradirmi, il fiato in affanno, e i trigliceridi, il colesterolo, la pressione alta, a Ettore due metri di terra addosso – gli è difettato il cuore in un’età da invogliare sguardi di rancore sul Cielo frettoloso.
Cinquantaquattro anni eppure mi sono comparsi prepotenti, nitidi come se li avessi vissuti ieri, quei tempi antichi, appena ho letto della classifica di Amazon che, tra le 48 città italiane con più di centornila abitanti preso a campione, piazza Reggio buon ultima nella classifica di acquisto di libri, siano essi romanzi, saggi, eBook. Una maglia nera che si aggiunge ad altre: già l’indagine Ocse/Università di Pisa ha messo i quindicenni calabresi all’ultimo posto, tra le 36 nazioni più sviluppate, nella classifica di comprensione della matematica, delle scienze e della lettura. Le prove che non hanno funzionato le esortazioni delle mamme a che apprendessimo anche a rischio di sangue, né la meticolosa ubbidienza in quella direzione dei maestri, con metodi che oggi sarebbero da prima pagina nei Tg e da manette e che allora parevano normali, com’era giusto fossero, a ogni parte in causa, alunni compresi. Le prove che la scuola non ha funzionato a quel tempo e continua a non funzionare adesso, se nei più produce ignoranza, non riesce a indurre stimoli a far sorgere l’idea d’imparare, di un approfondimento, se il libro non sa diventare compagnia, evasione, volo di fantasia, sogno, libertà e resta ostile, un nemico a cui frapporre matasse di filo spinato, cavalli di Frisia. Le prove che il risveglio letterario dei calabresi di cui si è blaterato in questi anni, dentro e fuori la Calabria, è un’altra illusione, dato che non la confortano i numeri. Le prove che nemmeno i tanti autori calabresi emersi di recente hanno stimolato, incuriosito, fino a farsi leggere almeno loro. Le prove che abbiamo mantenuto stabile, se non allargato, il divario che allora indusse me ed Ettore alla fuga. Di peggio, che oggi non c’è più la vergogna che portò noi a comporre’ una corda con le lenzuola. Il dato Amazon assume una gravità più allarmante per Reggio, se si pensa che da qualche anno la Calabria nella sua interezza ha cessato d’essere ultima nella classifica di lettura, avendo messo dietro, seppure di poco, quattro regioni del Sud. È un’altra negatività su cui riflettere. Per trovare rimedi. Per far crescere l’idea d’invertire rotta finalmente, sollecitando l’impegno e promuovendo il merito, senza più accomodare un voto, una promozione, un esame, una laurea. Prendere coscienza che ci facciamo male da soli è un primo passo per progredire e ricostruirci migliori.
Mimmo Gangemi
Cronache del Garantista • Calabria, pag. «Culturama» (16), del 25 giugno 2014

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...