Qui, dove i libri rischiano l’estinzione

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di Enrico Miceli

«L’industria culturale è il terreno su cui opera la nostra cultura. Non potrebbe essere diversamente. Se Honoré de Balzac scriveva capolavori nella forma del romanzo, ciò è perché l’industria culturale dell’epoca chiedeva questo genere». Non ricordo se la frase in questione sia di Edoardo Sanguineti o di Federico Moccia, ma tant’è, non fa differenza. Anche perché, a ben vedere, l’industria culturale di oggi sembra vivere la stessa agonia del cecchino di «Full Metal Jacket» che, con un buco nello stomaco e gli occhi sgranati, implora il soldato Joker di mettere fine alle sue sofferenze. Insomma, l’avrete sentito dire, l’industria culturale italiana, esclusa qualche eccezione, non se la passa molto bene. Più in dettaglio, l’industria editoriale vacilla. Ancora più in dettaglio, l’industria editoriale calabrese è praticamente moribonda. Stando a un recente sondaggio diffuso dal sito Amazon.it che analizza il rapporto «città italiane/libri letti», l’unica città calabrese in lista, Reggio Calabria, è fanalino di coda. Libri cartacei, eBook, romanzi rosa, cucina, business. benessere e viaggi. Sette classifiche. Ben 48 le città in esame. Reggio Calabria, dimostrando se non altro un’assoluta coerenza, è ultima in ognuna delle sette categorie. Ora, chiaramente il sondaggio è relativo agli acquisti fatti sulla piattaforma Amazon.it, il che rende il dato certamente parziale e opinabile, inoltre non prende specificatamente in considerazione categorie di titoli ben più rilevanti, come ad esempio la saggistica, i romanzi classici ecc, ma si tratta senz’altro di un indicatore significativo che sembra confermare una percezione largamente diffusa, che riguarda non solo Reggio ma l’intero territorio calabrese. Insomma, in una nazione come la nostra in cui si legge davvero troppo poco, noi calabresi leggiamo ancora meno. Gli operatori del settore si difendono dalla crisi come possono, alcune librerie aderiscono ad iniziative come il «libro sospeso» (grossolanamente: libri già pagati da qualcuno e messi a disposizione di chi intende leggerli), altre diversificano l’offerta vendendo prodotti hi-tech o quant’altro, ma a ben vedere il problema resta.
Ed è sì un problema di tipo economico che riguarda buona parte della filiera della carta stampata: se i libri non si vendono i gruppi editoriali zoppicano, i piccoli editori soffocano e le librerie indipendenti (e non solo) entrano in crisi o chiudono. Ma, a rifletterci su, è soprattutto un problema di tipo sociale. La cattiva educazione alla lettura produce analfabetismo funzionale. Difatti, secondo uno studio promosso dell’Ocse, il 46% circa degli italiani dai 16 ai 65 anni non è in grado di comprendere davvero il senso di alcune letture: dai contratti scritti fino ai manuali, dagli articoli di giornale fino ai saggi o ai romanzi (il dato è allarmante e risulta essere il più alto d’Europa). Un elevato livello di analfabetismo funzionale, a sua volta, rende una popolazione incapace di verificare la qualità delle nozioni ricevute, informandosi o studiando poco e male. Si crea così, in un sistema caotico, una popolazione molto più soggetta alla falsa informazione e alla propaganda di alcuni media e, in estrema sintesi, molto più manipolabile. In un contesto simile diventa molto difficile individuare un colpevole unico (al di là della fallibilità oggettiva dell’attuale sistema socio-economico e del suo rapporto con il Potere). Ma se individuare un colpevole è decisamente complesso, ipotizzare una soluzione sembrerebbe quasi una banalità: la battaglia al declino culturale deve essere combattuta sul campo dell’istruzione e dell’apprendimento, a partire dalle scuole e dagli istituti formativi. Forse un luogo comune che però a ben vedere, a mio avviso, contiene del vero. O forse, boh, chissà, alla fine aveva davvero ragione quel tale che diceva che «il popolo non legge. Lavora sei giorni alla settimana e al settimo se va in osteria».
Enrico Miceli
Cronache del Garantista • Calabria, pag. «Culturama» (16), del 25 giugno 2014

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