Archivio mensile:giugno 2014

image

Annunci

Tremila anni di storia nei vini calabresi

image

di Vincenzo Pitaro
 
La Calabria, fin dall’antichità, è terra di vino per antonomasia. Non a caso i greci la chiamavano Enotria1 che, per l’appunto, significa terra del vino.
In epoca greca, infatti, si conoscevano nella regione addirittura oltre cento tipi di vitigni diversi.
Fra i vini, ovviamente, spiccava il famosissimo Cirò – oggi conosciuto in tutto il mondo e definito il più antico vino della Terra – che i greci distribuivano come premio agli atleti vincitori delle Olimpiadi.
Alla storia della Magna Grecia è anche legato il celeberrimo Greco, un vitigno che i greci trapiantarono su queste terre nell’ottavo secolo prima della venuta di Cristo. Il Greco di Bianco si diffuse ben presto anche tra i latini al punto di conquistare fama e gloria. A Roma, imperatori e patrizi ne andavano matti; le donne erano ghiotte di Greco per le sue virtù afrodisiache. «Sei diventata veramente gelida, Bice, e di ghiaccio: che neanche il vin Greco iersera riuscì a scaldarti», scriveva un patrizio pompeiano all’indomani di un banchetto degno di Trimalcione.
Del Cirò e del Greco  sono note finanche le citazioni di Virgilio e di Plinio il Vecchio che lodarono questi vini a più riprese.
Tantissime altre annotazioni sui vini calabresi si riscontrano pure nella letteratura di viaggio di illustri visitatori stranieri, dalla fine del Cinquecento in poi. La maggior parte di questi letterati (giornalisti, scrittori, archeologi, scienziati, ecc.) ci ha lasciato testimonianza dei loro viaggi in numerose ed interessanti pubblicazioni. Nella seconda metà dell’Ottocento, ad esempio, Joseph Victor Widmann, critico letterario e romanziere svizzero, nel volume dedicato al suo viaggio in Calabria, intitolato Calabrien, Apulien und Streiferein an den oberitalieschen, scrisse: «In genere in Calabria non si può tener conto della propria dieta. I cibi vengono preparati per bene. Però il vino! Mai durante i miei viaggi ne ho bevuto di migliore. E solo il pensiero della poca garanzia che avevo di farlo arrivare in Svizzera mi distolse dal comprarne un’intera botte. Era un vino rosso che mentre veniva versato brillava di un colore brunastro e che ricordava come gusto un eccellente Bordeaux».
Persino l’archeologo francese, François Lenormant, che nel 1882 compì diversi viaggi di studio in regione, nella sua voluminosa opera sulla Magna Grecia trovò modo di esaltare il vino lametino. «Sambiase, che sino alla fine del XVII secolo non era che un villaggio dipendente da Nicastro», scrisse Lenormant, «deve la sua fortuna al proprio vino eccellente. Un vino che merita di essere conosciuto al di fuori di queste province e che se venisse esportato lontano acquisterebbe una giusta reputazione fin nei nostri Paesi d’Europa».
Agli inizi del Novecento, poi, il letterato inglese Norman Douglas (che visitò la regione nel 1907 e nel 1911) nel suo libro Vecchia Calabria,  si disse fiero dei vini calabresi «meritevoli di molte lodi». «Quasi ogni villaggio», scrisse il Douglas, «ha il proprio tipo di vino e ogni famiglia che si rispetti ha un suo metodo particolare per farlo».
A tutt’oggi, uno dei veri punti di forza dell’enologia calabrese è la ricchezza di vitigni autoctoni, nati millenni or sono su queste terre. Essi rappresentano la maggioranza in tutto il territorio regionale. I più presenti sono: il trebbiano, lo zibibbo, la malvasia, il mantonico bianco, il greco bianco e la guarnaccia, per i bianchi; il gaglioppo, il greco nero, il nerello mascalese, il cappuccio, il guardavalle e il sangiovese, per i rossi.
Da queste uve nascono i migliori vini rossi della regione: corposi, ricchi di toni fruttati, che si impongono per eleganza e capacità di invecchiare. Non mancano, naturalmente, i bianchi profumati e fragranti, i rosati equilibrati e brillanti, gli ottimi vini da tavola (che hanno parimenti valori e origini certe per aspirare alla decretazione della Doc) ed i grandi vini dolci e liquorosi.
Oggi in Calabria sono a Denominazione d’Origine Controllata i vini Cirò, il Bivongi, il Donnici, il Greco di Bianco, il Lamezia, il Melissa, il Pollino, il Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, il San Vito di Luzzi, il Savuto, lo Scavigna e il Verbicaro.
A questi si affiancano tanti altri rinomati vini IGT (Indicazione Geografica Tipica).
Da alcuni decenni, peraltro, sono stati messi a dimora nuovi impianti di vitigni non tradizionali: dal Pinot al Cabernet, dallo Chardonnay allo Sauvignon, dal Riesling Italico al Riesling Renano, dal Trainer all’Incrocio Manzoni, al Prosecco, ecc.
Queste uve hanno trovato un habitat ideale, sia per l’ottimo clima che ne migliora la qualità, sia per le capacità e l’abnegazione dei produttori. Un successo che, ovviamente, ha cambiato molte cose. A cominciare dalle cantine. Oggi nella regione, è possibile visitare autentiche «boutiques» del vino che si avvalgono di tecnologie fra le più avanzate e di ottimi professionisti del settore enologico. Negli ultimi tempi, peraltro, si è registrata un’ondata di rinnovamento che ha cambiato radicalmente il modo di fare e pensare il vino. E così alla politica del «produrre tanto e a poco prezzo» si è sostituita quella del «produrre meno e meglio». Ed i risultati non si sono fatti attendere. In questa Terra, benedetta da Dioniso, sono nate una serie di etichette di prestigio che ben si onorano di affiancare quei vini calabresi più nobili e famosi che, dal remotissimo tempo dei Greci fino ad oggi, continuano a rallegrare la tavola del buongustaio.
La Calabria del vino, insomma, ha una storia plurimillenaria, molte tradizioni da difendere e moltissimo ancora da offrire.
Giacomo Tachis, piemontese, uno dei padri del vino italiano di alta qualità, enologo di fama internazionale, ne è più che convinto e vede nel Mezzogiorno d’Italia il futuro della vitienologia internazionale. «Sulle vigne del Sud», dice, «splende il sole, il cielo è quasi sempre azzurro, e le uve maturano. In contrapposizione con le brume ed i grigi mattini del Nord. Bordeaux compreso».
© Copyright by Vincenzo Pitaro

Il cedro di Calabria

image

Il cedro, pianta miracolosa
L’oro verde nasce in Calabria
 
di Mario Mantova
 
Nelle piantagioni della Riviera dei Cedri, in Calabria, agli incipienti tepori di febbraio le gemme tendono a schiudersi per la prima fioritura dal profumo intenso e penetrante; poi seguiranno le diverse fasi della laboriosa coltivazione fino a quando, tra l’autunno e l’inverno, i cedri matureranno in tutta la loro bellezza e sarà possibile procedere alla raccolta.
La Calabria detiene nel mondo il primato di qualità di questo agrume che i Romani chiamavano “pomo di Medea” e la cui pianta, originaria dell’India, pare sia stata introdotta nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo da Alessandro Magno intorno al terzo secolo a.C. In Italia arrivò più tardi, almeno cinquecento anni dopo che la coltura si era diffusa in Grecia e nelle isole dell’Egeo: fece infatti la sua apparizione agli inizi del secondo secolo d.C. nella zona di Napoli e in Sardegna. I Romani – come testimoniano pitture e mosaici rinvenuti a Ercolano e a Pompei – usavano il cedro in cucina aggiungendolo a pezzetti al loro garum (una salsa di pesce crudo in salamoia) o a piccanti polpette di maiale, e con le foglie producevano una sorta di liquore; il legno della pianta era ricercatissimo dagli ebanisti per le sue elegantissime venature che impreziosivano i lavori d’intaglio.
Franco Gallano, che insegna materie letterarie nei licei ed è un attento studioso di modelli alimentari nel bacino del Mediterraneo, in un suo libro sul “Significato religioso, culturale e alimentare del cedro” (Edizioni Lapico) spiega come la Citrus medica si sia diffusa presso le colonie agricole della Magna Grecia ad opera di quegli Ebrei ellenizzati là giunti al seguito della schiatta achea, durante le loro migrazioni. Essi introdussero nel cuore del mondo romano il simbolismo religioso del cedro, come attestano disegni e iscrizioni in greco e in latino presenti nelle catacombe ebraiche della via Nomentana e della via Appia ai margini della città di Roma e raffigurazioni del pomo di cedro (assieme ad altri simboli ebraici quali il ramo di palma, il corno d’ariete e il candelabro a sette braccia) visibili sull’architrave dell’edicola della Sinagoga di Ostia Antica. Secondo la tradizione ebraica fu Dio stesso a indicare a Mosé, durante l’esodo verso la Terra Promessa, il cedro come una delle quattro piante (le altre sono il mirto, il salice e la palma) da usarsi durante la Festa dei Tabernacoli o delle Capanne che ancor oggi gli Ebrei costruiscono sulle loro terrazze, nei cortili, nei giardini e anche sui balconi delle case. Secondo una delle interpretazioni che vengono date alla simbologia delle quattro piante, il cedro rappresenterebbe colui che è saggio e bene operante, la palma colui che possiede saggezza ma non opera di conseguenza, il mirto colui che agisce senza saggezza, il salice colui che ha poca saggezza ed è privo di opere.
Spiega ancora Franco Gallano che il frutto utilizzato in tali cerimonie della tradizione ebraica deve provenire da una talea non innestata e risultare perfettamente “sano”, non maculato, di bella forma conica, con apice perfetto e peduncolo accentuato. Da secoli gli Ebrei cercano di procurarsi cedri con tali caratteristiche, senza risparmio di prezzo e di energie: lo hanno fatto anche in periodi e situazioni difficili, sfidando governi ostili, forzando barriere doganali, sopportando inique tassazioni, eludendo – ai tempi – persino l’implacabile e sempre vigile Santa Inquisizione. Fino alla seconda guerra mondiale i mercanti israeliti di cedri si davano appuntamento a Trieste e da lì scendevano in Calabria per scegliere i prodotti migliori; dopo un’attenta selezione, i frutti venivano inviati nelle varie comunità israelitiche del mondo, da Londra a Odessa, da New York ad Amburgo. Oggi i mercanti raggiungono direttamente Santa Maria del Cedro, nell’alto Tirreno cosentino, dove la produzione del cedro ha raggiunto altissimi livelli di qualità. La prima raccolta dei frutti della Citrus medica avviene all’inizio dell’autunno ed è quella che serve ad assicurare i cedri ancor giovani a chi mantiene viva la tradizione ebraica.
Questa raccolta si fa dopo mesi di cure continue e laboriose; in genere le piante non superano i 60 centimetri di altezza e i coltivatori, per inoltrarsi nelle piantagioni, devono lavorare in ginocchio facendo attenzione a non ferirsi a causa delle lunghe spine che ricoprono le piante stesse. La seconda raccolta si fa in novembre, quando i frutti hanno raggiunto proporzioni notevoli. I cedri vengono utilizzati in impieghi diversi, dal settore alimentare a quello terapeutico a quello della fìtocosmesi e della profumeria. L’albero del cedro è piccolo, con rami spinosi, foglie oblunghe; i fiori, profumatissimi specialmente al tramonto, sono bianco-lattei come quelli degli altri agrumi; il frutto ha una scorza che è molto spessa, rugosa e bitorzoluta, di color giallo citrino, verdastra o dorata esternamente e bianca all’interno e che circonda la parte centrale del frutto stesso costituita da polpa tenera, poco succosa, aromatica, meno acida di quella del limone. La scorza viene usata per fare canditi con un procedimento che inizia con la salagione. I cedri vengono messi in botti con aggiunta di acqua di mare e di sale; dopo circa due mesi, durante i quali vengono eseguiti continui controlli, i cedri vengono estratti dalla salamoia e la scorza (divenuta quasi cristallina) viene separata dalla polpa, lavata, fatta bollire e messa nuovamente in acqua; poi, bene asciugata, viene immersa in uno sciroppo di zucchero e glucosio e fatta ancora bollire; la scorza viene quindi lasciata riposare per tre settimane e alla fine è sottoposta a ripetuti lavaggi che gli danno un aspetto cristallino e trasparente. Il cedro candito è usato in pasticceria e per fare estratti, liquori, marmellate, confetture e conserve. La polpa serve a preparare sciroppi, cedrate e bibite varie e se ne può estrarre acido citrico; è usata anche in gelateria. Il cedro ha anche impieghi terapeutici e medicamentosi: se ne possono ottenere infatti succhi, decotti, infusi, tinture, cataplasmi, impacchi buoni per combattere l’acidità gastrica, l’alito cattivo, l’inappetenza, la colite, l’aerofagia, l’asma e la bronchite, il colesterolo alto, l’ipertensione, lo stress e altro ancora. In profumeria e fitocosmesi viene utilizzata l’essenza di cedro ottenuta per spremitura e distillazione della scorza e delle foglie, essenza che viene impiegata nella fabbricazione di profumi, acque di colonia, saponi, creme, maschere di bellezza, dentifrici e colluttori, lozioni e shampoo, deodoranti e antitraspiranti, prodotti per l’igiene intima della donna, per combattere la forfora, per prevenire la caduta dei capelli.
Il cedro è dunque un bene molto prezioso che ci viene dalla natura e che ci offre un ampio ventaglio di applicazioni: non per niente viene chiamato anche “oro verde”. Ecco perché – come sostiene Franco Galiano che da anni si batte per la tutela e la valorizzazione del cedro – è auspicabile «una mobilitazione delle energie sociali e istituzionali, affinché in Calabria la coltivazione di questo agrume venga salvaguardata e trovi nuovi spazi di mercato. Nell’ambito delle direttive Cee le leggi del settore andrebbero migliorate, dando luogo a iniziative e progetti di formazione professionale, soprattutto per quanto concerne l’acquisizione di nuove tecnologie culturali e l’introduzione di moderni sistemi di allevamento che rendano più competitivo il prodotto sul mercato».
 
È meglio del Viagra
 
Ecco una ricetta per ottenere dal cedro un preparato stimolante ed energetico – una sorta di viagra naturale – che può offrire un valido aiuto nella cura dello stress, della frigidità e dell’impotenza sessuale.
Frullare insieme un cucchiaio di miele, un bicchierino di succo di cedro, un tuorlo d’uovo e un bicchierino di marsala. Provare per credere…
Qualche altro consiglio: la scorza del cedro strofinata sui denti toglie l’ingiallimento dovuto alle sigarette. Il succo di cedro è ottimo per l’igiene delle unghie.
Un bagno in acqua calda arricchita di fiori secchi di cedro agisce sul sistema nervoso, scioglie la tensione, stimola la circolazione. Deodoranti fatti con sacchetti di scorza sottile di cedro servono a profumare la biancheria e a tenere lontane le tarme.

http://www.laltracalabria.it/Archivio.htm

Franco Neri e la Calabria

image

Il comico si racconta: «Devo tutto alla Terra»!
 
«Per un calabrese la Calabria è come l’insulina per un diabetico. Ti dà la forza di andare avanti. Anche se, ogni volta che ci torni, ti chiedi: Mizzica! ma è possibile che ancora non funziona questo, non funziona quello, non funziona quell’altro?”. E, da solo, fiducioso ti rispondi: “Vabbè, magari funzioneranno, prima o poi… chissà, forse, il prossimo anno!».
Così, Franco Neri, calabrese, classe 1963, il «comico con la valigia di cartone», ironizza sulla terra d’origine e sui suoi amici e parenti. Dopo il successo ottenuto anni addietro con Zelig , Striscia la notizia, al cinema e in teatro (ricordate quel suo tormentone? «Franco… Oh Franco!»), ormai non può più fare a meno di esaltare la sua terra. «Io sono un comico e devo soltanto dire grazie alla Calabria», dice. E non è un caso se, ogni tanto, torna per «ispirarsi» o concludere  qualche lavoro teatrale: «Non faccio altro che raccontare vizi e virtù dei calabresi, per questo devo ringraziare la mia terra… non vi libererete di me!», aggiunge sorridendo. Ma anche se lavora coi vizi e le virtù dei calabresi, non dimentica i problemi della sua regione: «Certamente che esistono!», spiega, «ma bisogna anche dire che qualsiasi cosa succeda in Calabria è sempre amplificata. Basta pensare che a Milano abitano più persone in un palazzo che in un paese in Calabria!».
A questo punto, il comico, abbandona per un attimo l’accento calabrese e diventa serio. La Calabria raccontata da Franco Neri ha un potenziale enorme: «Io non scordo da dove arrivo. Le origini sono fondamentali per me, ma non bisogna dimenticare che ci sono tanti calabresi istruiti diventati famosi nel mondo. Per cui la Calabria non è soltanto quello che si sente. Prima che la mia famiglia si trasferisse al Nord, ricordo che abitavo in un paesino, e quando dicevo a mia madre: “Mamma, vado a giocare”, non c’era la preoccupazione di dove andavo a giocare, perché il paesino era talmente piccolo che ero controllato da tutti i parenti! In un paese calabrese si è tutti parenti! C’era anche la persona, che non conoscevi, che ti fermava e ti diceva: “Dove stai andando? Vai a casa ch’è tardi!”. A Milano o a Torino non conosci neanche il vicino di casa o il vicino di pianerottolo, perché si vive così freneticamente che non si ha il tempo di sapere nulla su chi abita a due metri da te».
E lui che lavora con le battute (nate dagli spunti che i calabresi gli offrono) ha una «soluzione», una «grande idea», per far conoscere meglio la Calabria. «Bisogna esportare di più», dice, «i prodotti tipici: soppressata, ‘nduja, capicollo, caciocavallo affumicato, provole e… peperoncino! Se si parla di arte culinaria è una delle cucine più ricche, perché il calabrese quando prepara un piatto non ci mette soltanto gli ingredienti (pasta, pomodoro e basilico) ma ci mette anche il sugo fatto in casa, cotto per tre ore, l’olio meridionale, cucinando proprio per il piacere di mangiare! A volte mi viene in mente quand’ero bambino e il pane veniva fatto in casa. Aveva un profumo che non si trovava e tutt’ora non si trova da nessuna parte. Ancora oggi, il pane che sforni lì dura 15 giorni. Al Nord invece lo compri la mattina e la sera lo devi grattugiare, perché è già secco. In Calabria, invece, lo compri e anche dopo due settimane lo puoi tagliare e metterci l’olio, il sale e il pomodoro fresco; cose che chi non è del Sud non può capire!».
Ma oltre ai prodotti tipici, nelle sue parole non possono mancare gli elogi verso lo splendido mare, la gente calorosa e i paesini storici. «Si deve esportare la propria cultura per raccogliere turismo e far sviluppare, di più, questa terra», dice ancora con l’immancabile sorriso sulle labbra. «Ci sono spiagge che sono bellissime: reclamizzano tanto l’Egitto, ma non sono al livello della Calabria. Dei tanti “pezzi” da ammirare, Reggio Calabria ha uno dei lungomari più belli del mondo, e non lo dico soltanto io. Piano piano faremo tutto, questo dev’essere lo slogan!». E con il ponte sullo Stretto? «Certo, perché no?», risponde. «Il ponte, prima o poi, anche se non lo vogliono, verrà fatto! Io già me lo vedo… con i tonni che passano sotto e dicono: “Mizzica, finalmente non ci sono più le navi che ci rompono le pinne!”».
Altra risata assicurata. Poi, con tono apparentemente serioso (è il caso di dire così, perché con lui si ha quasi sempre l’impressione di trovarsi in bilico tra il serio e il faceto) ammette:  «Nei miei show si parla soprattutto di cibo, perché è una cosa che accomuna tutti. E poi, quando si è a tavola, si dicono le cose più assurde. Succede così con la mia famiglia. Le frasi, le battute escono tutte da lì: familiari e parenti sono i miei veri autori… Io vengo da una famiglia di emigranti, diciamo pure che mi sono ritrovato al Nord dopo una lunga gavetta… ho avuto l’occasione di Zelig (in quel periodo mancava un personaggio del Sud) e io mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto. Poi è arrivata Striscia. E sempre dalla famiglia è arrivato un supporto importante: “Non ti preoccupare, vai avanti. Se ci credi, ci devi sempre provare…”. Soltanto mia madre non è mai stata favorevole a questo lavoro, e ancora adesso mi dice: “Non è un lavoro, è un gioco! Perché non ti sistemi e ti trovi un posto di lavoro tranquillo?”. No, finché mi diverto, continuerò a fare questo gioco. Poi sarò pronto a lavorare: magari farò il panettiere o il pizzaiolo».
O che altro? «Be’, punterei tutto sulla moda, facendo il fotomodello slanciato, ma dal basso. O farei un banco al mercato, sempre a contatto con la gente». A questo punto, ironizzando anche noi, ci vien fatto di chiedergli: è proprio questo, ciò che Franco Neri vorrà fare da grande? È questo il sogno nel cassetto?  E lui: «Ma dai! È fin da bambino che sogno di lavorare in un film con Robert De Niro. Immagino la scena: io passo in strada e Rob mi dice: “Frank… Oh Frank!».