Se gli scrittori calabresi non sono profeti in patria

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di Vincenzo Pitaro

Mesi addietro, quando giornali e tv diedero la notizia della dipartita di Saverio Strati, molti studenti calabresi (e persino alcuni docenti) rivelarono «candidamente» di non sapere con precisione quali libri avesse scritto. Eppure lo scrittore di Sant’Agata del Bianco, peraltro vincitore del «Campiello», pubblicò – con Mondadori e altre case editrici – un’infinità di romanzi di successo che esprimevano, e continuano ad esprimere, i dilemmi e i problemi della Calabria.
Come mai questa stranezza, da più parti definita una «scandalosa aberrazione»? La risposta all’interrogativo (di fondo), se andiamo vedendo, la diede – in tempi non sospetti – già lo stesso Strati in una intervista concessami, proprio per la terza pagina di Gazzetta del Sud, nel lontano 1981 e pubblicata esattamente sul n. 308 dell’8 novembre di quell’anno. In quella circostanza, fra l’altro, ebbi modo di chiedergli se pensava, un giorno, di poter tornare nella sua Calabria ed operarvi. Sorridente e con affetto quasi paterno, lui che da un paio di lustri si era ormai trasferito alle porte di Firenze, mi rispose così: «Io sono sempre presente in Calabria con i miei libri. Solo che questi miei libri dovrebbero essere letti e in Calabria purtroppo non si legge. In Toscana o in Piemonte, ogni barbiere e ogni cameriere ha letto Vasco Pratolini o Beppe Fenoglio; ha letto insomma almeno un libro di un autore della sua regione. In Calabria, invece, sono pochi quelli che conoscono gli autori calabresi. Perché?».
Pensate un po’, finanche di Corrado Alvaro, al tempo d’oggi, molti professionisti (medici, avvocati) affermano con seraficità di averne solo sentito parlare, «anche perché è un nome che ricorre spesso in piazze o istituti a lui intestati». E non parliamo, allora, dei vari Nicola Misasi, Vincenzo Padula, Leonida Repaci, Fortunato Seminara, Francesco Perri, Mario La Cava, e via dicendo.
A cosa è dovuto, dunque, questo scarso interesse da parte dei calabresi per la letteratura della regione? A una predisposizione alla lettura pressoché carente? Alla scuola del territorio che non offre stimoli? Se è vero, com’è vero, che la scuola dà solo piccole nozioni e che la vera formazione di ognuno dipende poi dagli studi che si fanno in seguito e per conto proprio – la scuola dovrebbe c’entrare solo in parte. Qualche colpa, tuttavia, potrebbe ugualmente ricadere sulle autorità scolastiche che, dall’alto, hanno sempre cercato d’imporre a tavolino indiscriminati programmi, con «criteri piuttosto discutibili».
Per di più, neanche la Regione (nel contesto di un nuovo tipo di regionalismo) ha mai pensato finora – al contrario di quanto avviene, ad esempio, in Sicilia o in altre parti d’Italia – di creare uno stimolo nelle scuole a favore della civiltà letteraria calabrese. Qualcuno dice: «Non si studiano più neanche gli Ermetici, figuriamoci la letteratura regionale»! Ed è un errore gravissimo. Perché lo studio dei nostri scrittori si sarebbe di certo rivelato estremamente utile per i giovani studenti calabresi. Sarebbe servito a indicar loro – in primis – quanto di impasto culturale e poetico sia possibile cogliere nella storia della Calabria, nel suo lento e faticoso travaglio, a volte finanche incerto, ma pur sempre ricco e consistente di forti linfe.
Nel quadro culturale degli ultimi due o tre secoli della storia regionale, molto importante è anche la tradizione del pensiero filosofico, al quale studiosi di respiro europeo si sono avvicinati con rispetto, indicando la profonda originalità e la forza di penetrazione delle idee.
E ancora: la letteratura popolare, la poesia dialettale che in alcuni poeti ha raggiunto livelli non registrabili altrove, con opere di vario genere dalle quali emergono aspetti di straordinaria intelligenza, di vivacità, d’ispirazione poetica, di immediatezza di rappresentazione e infine di autentica poesia. I nostri poeti dialettali, insomma, hanno lasciato il segno di una grande tradizione e le loro opere costituiscono un ricco filone culturale di poesia genuina e originale che conferisce prestigio alla civiltà calabrese, sconosciuta ai più e quasi dimenticata.
Sono in molti, ora in Calabria, a chiedere che nelle scuole s’incomincino a studiare anche gli autori della regione. Ma riusciranno i politici (e non solo il singolo esponente) a coglierne l’importanza? Vedremo.
Vincenzo Pitaro
Gazzetta del Sud © pag. Cultura e Spettacoli in Calabria, di giovedì 26 giugno 2014 © http://www.vincenzopitaro.it

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